I migranti e noi: parla Schiavone




Voci dalle Dolomiti con l’intervista a cura di BellunoPiù a Gianfranco Schiavone dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che è stato a Belluno in novembre per la serata “Accoglienza, cittadinanza, diritti”.

L’esperto analizza una serie di questione di primo piano, dalla necessità di riorganizzare il sistema dell’accoglienza coinvolgendo meglio i Comuni, fino alel conseguenze tragiche e prevedibili dell’interruzione dell’operazione Mare Nostrum per il salvataggio dei migranti naufraghi nel Mediterraneo.

Inoltre, in scaletta, l’intervista a Lorenzo Bogo della Casa Dei Beni Comuni raccolta dieci giorni fa al presidio #dolomitiantirazziste svoltosi in piazza Duomo.

La puntata è andata in onda in FM a Radio Cooperativa, che si ascolta anche in Valbelluna e dintorni sulle frequenze dei 97,200 e 98.750 Mhz. In streaming al sito www.radiocooperativa.org.

Ecco come BellunoPiù ha presentato la serata e l’intervista.

«Dopo aver conosciuto alcune realtà bellunesi (INCHIESTA RICHIEDENTI ASILO A BELLUNO: CONTRO I LUOGHI COMUNI FACCIAMO CHIAREZZA e INTERVISTA A LUCA VALMASSOI DELLA COOPERATIVA CADORE ) e quella triestina (RICHIEDENTI ASILO: L’ESPERIENZA DI TRIESTE), è doveroso ampliare lo sguardo per capire come queste esperienze locali si collochino all’interno di un sistema nazionale ed europeo che risulta essere piuttosto confusionario.

Per cercare di fare chiarezza ci siamo rivolti a Gianfranco Schiavone, uno dei massimi esperti nazionali al riguardo, come raccontano le sue qualifiche: fondatore nel 1991 e presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà, membro del consiglio direttivo dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, autore dello studio “Il Diritto alla Protezione”, coordinatore nazionale della rete Europasilo, è stato collaboratore e consulente in materia di politiche per l’accoglienza e l’integrazione sociale dei cittadini stranieri, nonché in materia di politiche afferenti la cooperazione internazionale allo sviluppo, per la regione Friuli Venezia Giulia.

Con la sua formazione, frutto di anni di esperienza sul campo, Schiavone ci ha dato la sua opinione sull’attuale situazione migratoria, cercando di fare chiarezza su alcuni aspetti e di destrutturare alla base alcuni dei pregiudiziche da anni vengono alimentati da media e politica per rimandare all’infinito la necessaria riforma strutturale delle politiche di accoglienza.

In effetti, fa notare Schiavone, il freno principale al cambiamento è che l’Italia si vede principalmente come paese di transito. Nel 2014 il numero degli arrivi è stato particolarmente elevato, ma lo scarto tra gli arrivi e le effettive domande di asilo presentate è molto ampio. L’emergenza come viene raccontata è in realtà colpa della politica, perché le domande presentate sarebbero gestibili, ma manca una programmazione realistica. Ne è un esempio l’evoluzione dello SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), che dalla previsione di 1800 posti del 2002 è schizzato a prevedere 20.000 posti nel 2014: all’interno dello scenario allarmante che coinvolge ormai moltissime aree del mondo, gli arrivi non diminuiranno e l’Unione Europea è tenuta a riformare le politiche di asilo in maniera strutturale

Non è scontato ricordare, dice Schiavone, che quello dell’accoglienza è un obbligo internazionale e non un favore, obbligo che va affrontato con immediatezza e con la predisposizione di supporti sociali, legali e psicologici connessi all’esame delle domande di asilo.

È una questione morale innanzitutto, ma in forza degli obblighi internazionali le persone che accogliamo rientrano sotto la diretta responsabilità dello Stato, che deve in primis adoperarsi per accrescere la qualità dell’intervento pubblico e poi perché venga costituito un sistema comune a livello europeo.
In assenza di una regolamentazione unitaria, l’Italia ha scelto di adottare un modello complesso strutturato su due livelli paralleli, con luci ed ombre: il sistema dei CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo) a livello statale e programmi locali di SPRAR, molto diversi per gestione, efficacia, percezione pubblica e tutela dei diritti.
I CARA hanno finito per collocarsi principalmente nel sud Italia, in strutture precedentemente destinate ad usi diversi dall’accoglienza, in zone isolate che sono presto diventate dei ghetti, alimentando paura e allarme sociale e che l’UNHCR ha chiesto esplicitamente all’Italia di abrogare.

Il sistema SPRAR, al contrario, la cui strutturazione ha origini prevalentemente triestine, ha avuto maggior successo, tanto da essere apprezzato anche in Europa.
Lo SPRAR oggi in Italia coinvolge oltre 400 Comuni in tutte le Regioni, esclusa la Valle d’Aosta, ma il numero dei programmi è ancora insufficiente e territorialmente squilibrato, oltre ad essere sottoposto al rischio di infiltrazioni che hanno più a cuore l’ammontare economico che ruota attorno al programma piuttosto che la predisposizione di un’accoglienza dignitosa.
Un altro problema è il carattere di volontarietà che per ora definisce lo SPRAR, che ha portato all’innescarsi di meccanismi poco virtuosi per cui si preferisce delegare alle zone limitrofe la predisposizione del programma invece che assumerne la responsabilità.

Perché diventi un sistema efficace, propone Schiavone, va ripensato nell’ottica di un trasferimento di funzioni amministrative ai Comuni per la gestione dei richiedenti asilo, sulla base di una programmazione nazionale, in un quadro che non sia più di libera adesione, delegando così la gestione in via ordinaria agli enti locali e lasciando allo Stato solo la primissima accoglienza.

Una gestione strutturata a livello nazionale e locale garantirebbe, oltre ad una maggiore tutela dei diritti delle persone, di evitare il rischio che vige attualmente di una eccessiva localizzazione dei flussi nelle zone che, meritoriamente, si sono per prime dotate di uno SPRAR.

In questo senso è auspicabile e realisticamente probabile una riforma a breve termine, che preveda a livello locale consultazioni pubbliche e valutazioni oggettive per programmare un’accoglienza ordinaria, garantendo la possibilità di accedere continuativamente al programma, senza attendere la presentazione di un bando dal Ministero degli Interni, come adesso avviene triennalmente.
Una riforma è necessaria anche per recepire entro il termine imposto del luglio 2015 le nuove direttive europee in materia di asilo

C’è chi ritiene che il sistema Mare Nostrum abbia avuto una funzione attrattiva nei confronti dei migranti. Le partenze però non dipendono dal sistema di accoglienza, ma dai fattori di spinta espulsiva dai paesi di origine; si parte perché non c’è altra scelta, per condizioni di vita di gravità inaudita.

Mare nostrum non attrae le persone, ma ne permette il salvataggio, ricordando che il soccorso in mare è un obbligo internazionalenella zona di competenza e nella zona contigua alla propria. L’Italia in questo si è distinta in positivo e una rivisitazione di Mare Nostrum avrebbe potuto essere il punto di partenza per una gestione europea della questione.

Il cambiamento che avverrà a breve con l’entrata in vigore del sistema Frontex Plus, che prevede solo il pattugliamento in acque territoriali degli stati europei interessati, è un cambiamento solo negativo, poiché facendo arretrare il luogo del salvataggio fa diminuire il livello della protezione. Le persone che partiranno saranno numericamente le stesse, noi però ne salveremo di meno.
Frotex Plus è un arretramento etico di cui la storia chiederà il conto.

Come spiega Schiavone, la teoria sempre più in voga dell’ “aiutiamoli a casa loro” è solo strumentale. La concessione dell’asilo è un atto riparatorio che non lavora a monte dei problemi internazionali, come dovrebbero invece fare quei programmi di cooperazione internazionale che non si fanno più o si fanno male.
È la banalizzazione del tutto: dire che “non si può curare perché era meglio fare prevenzione prima” non ha senso, i due aspetti non possono essere in competizione».

 

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