Giorno: 6 Febbraio 2015

Idroelettrico, il paradiso incentiviIdroelettrico, il paradiso incentivi

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Da tempo in provincia di Belluno è in corso una diffusa  lotta popolare per contrastare la crescente cementificazione dei corsi d’acqua.

Il movimento per l’acqua chiede una moratoria sulle quasi 200 domande per nuove centraline alle quali le autorità regionali – come sempre – sarebbero pronte a dare l’Ok allettando con briciole di canone gli enti locali finanziariamente ridotti allo stremo. Una battaglia che ora diventa nazionale, grazie all’appello per la difesa dei fiumi lanciato da Legambiente, Wwf Italia, Mountain Wilderness Italia, Federazione pesca sportiva, Cai, Forum italiano dei movimenti per l’acqua, Comitato bellunese acqua bene comune e sottoscritto via via da una miriade di realtà organizzate.
Emblematica è la vicenda della selvaggia valle del Mis che collega la Valbelluna e l’Agordino. Qui, in località ponte Titele, all’improvviso, l’alveo del torrente Mis è offeso da colate di cemento armato, ciò che rimane (tutto da risanare) del cantiere di una centrale idroelettrica avviato nel marzo 2012, su autorizzazione della Regione Veneto, dalla società bresciana Valsabbia Spa.

Il progetto, approvato dalle autorità regionali malgrado toccasse un’area protetta, è stato bloccato definitivamente da una sentenza della Corte di cassazione. Un risultato frutto della vasta mobilitazione popolare che oggi prosegue, a suon di marce e ricorsi legali, per difendere quel dieci per cento di acque bellunesi non ancora oggetto di sfruttamento idroelettrico.

Nel caso specifico, peraltro, ancora nessuno si è occupato del ripristino ambientale: né l’impresa né gli enti pubblici. L’alveo del Mis resta pesantemente cementificato il comitato bellunese acqua bene comune chiedono con insistenza che si intervenga ma la beffa è che il mese scorso a subire una condanna da un Tribunale, unico soggetto colpito dalla «giustizia» a fronte dell’apertura di un’opera stoppata dalla Cassazione, è stato un atttivista del movimento, perché nel corso di una manifestazione per il ripristino ambientale (nel novembre 2013) entrò nell’ex cantiere malgrado il questore avesse vietato l’accesso.

Oltretutto, ora, nella stessa zona incombe un altro progetto, contestato anche dal Comune (siamo nel territorio di Gosaldo) ma che potrebbe trovare il via libera in Regione Veneto.
Ormai da anni nel Bellunese è tutto un rincorrere progetti per sfruttare i tratti residui dei corsi d’acqua non ancora interessati (il 90% dei torrenti è già sfruttato per l’idroelettrico).

Le richieste di derivazioni fioccano, spesso firmate da società venute da fuori, per godere negli anni del reddito garantito dagli incentivi statali oppure con intenti doppiamente speculativi (ottenere la concessioni e poi cedere il redditizio impianto al miglior offerente). L’idroelettrico è assimilato dalla legislazione alle energie rinnovabili, malgrado il suo pesante impatto ambientale e sociale. Perciò, viene sostenuto tramite un generoso sistema di incentivi pubblici finanziati mediante il prelievo nelle bollette degli italiani.

Ma equiparare una colata di cemento nell’alveo di un torrente a dei pannelli solari sul tetto di un edificio appare francamente grottesco.

Si rileva, fra l’altro, che questro proliferare di impianti idroelettrici, a fronte di un pesante impatto ambientale complessivo con danni sia all’exosistema fluviale sia all’economia locale, ha uno peso assolutamente marginale nella produzione energetica nazionale: si potrebbe ottenere molto di più rendendo più efficienti le grandi centrali storiche.

A Belluno si denuncia una forma di colonizzazione della montagna, che depauperando fiumi e torrenti viola la natura e danneggia anche il turismo (un altro fronte polemico è il rifornimento irriguo alle colture della pianura veneta).

Così la difesa dell’acqua diventa anche un emblema della battaglia trasversale per l’autonomia amministrativa di una provincia dolomitica che rifiuta il ruolo di terra di conquista e chiede strumenti politici per favorire la vita in ambito montano. E siamo nelle vallate travolte dall’orrore del Vajont: duemila vittime del rapace business idroelettrico, cinquant’anni fa, il 9 ottobre 1963.

Di seguito un comunicato stampa diffuso qualche giorno fa dal Comitato bellunese acqua bene comune e da Peraltrestrade Dolomiti.

La nota riguarda un altro caso discusso, questa volta nell’area orientale del Bellunese, ma contiene alcuni dati interessanti su dimensioni e caratteristiche dell’intero capitolo idroelettrico sulle Alpi.

«Il 22 gennaio – si legge nel documento – ha avuto luogo a Lozzo di Cadore il sopralluogo per un nuovo impianto idroelettrico sul Rio Rin, committente la società Lumiei Impianti srl di Sauris (Udine la stessa che ha già costruito un impianto sul torrente Piova in territorio di Vigo.
Il tratto che si vuole derivare si trova immediatamente a monte dell’attuale impianto Baldovin e avrà una lunghezza di quasi tre chilometri.

Preleverà una portata massima di 220 litri/secondo lasciando in alveo un deflusso minimo vitale da 20 a 28 l/s.

L’investimento sarà di 1.400.000 euro per un ricavo annuo stimato di 438.000 euro, a fronte di circa 19.000 euro di canoni e sovracanoni idrici da versare alla Provincia (10.000), al Bim (7.000) e al Comune di Lozzo (meno di 2.000 euro).

Due terzi del ricavo proverranno dagli incentivi governativi – garantiti e a fondo perduto – pagati dal contribuente italiano (in particolare normali cittadini, artigiani e piccole imprese) con la bolletta della luce. All’incontro erano presenti rappresentanti della ditta proponente, di Arpav, della Regione, del Genio civile, del Comune e del comitato Acqua bene comune Belluno.
Invitata ma non presente – non lo è praticamente mai – la Soprintendenza ai Beni Ambientali. Assenti i cittadini di Lozzo.

Tutto si è svolto come da prassi consolidata: incontro in municipio, illustrazione del progetto, sopralluogo sui posti della presa e del rilascio nella bella Valle dei Mulini; poi di nuovo in municipio per le osservazioni e la redazione del verbale. Se questo impianto verrà realizzato andrà ad aggiungersi a tutti quelli già costruiti in Provincia di Belluno e a 150 nuovi impianti mini-idro attualmente autorizzati o in istruttoria, a meno che non venga colta la richiesta di moratoria avanzata attraverso un Appello nazionale per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico dalle maggiori associazioni nazionali, regionali e locali che si occupano di fiumi e di ambiente, Cai centrale incluso.

In assenza di una moratoria, una volta chiuso questo ciclo, per ammirare un torrente naturale che scende spumeggiante tra muschi e salti di roccia si dovrà sfogliare una rivista patinata o ripescare qualche vecchio filmato pubblicitario sulle Dolomiti, perché sul territorio non ce ne saranno praticamente più.
Bisogna agire ora, se non si vuole rischiare di rendersi conto troppo tardi di quanto il nostro territorio sia stato impoverito, in cambio di nulla o di poche briciole, a fronte di un contributo energetico riconosciuto e documentato come scarsamente significativo. Nessuno può tirarsi fuori, a cominciare da chi ci amministra, a tutti i livelli. Nessuno può affermare che non ha visto, o che non sa».

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Belluno autonoma, ecco chi dice noBelluno autonoma, ecco chi dice no



«L’emendamento era semplice e giusto ma l’hanno respinto. Il risultato del voto pur tra mille ragioni e distinguo dice con chiarezze chi è a favore dell’autonomia e che invece in Parlamento non lavora per il Veneto e per Belluno ma serve un altro padrone. Dice anche che in alcuni partiti la discussione sulle autonomie è giunta a una decisione unanime, in altri ognuno fa quel che gli pare. Gli interessi delle comunità sembrano assai lontani dall’aula della Camera dove, forse, arriva qualche eco lontana delle reali necessità che il governo locale ha».

È il commento severo del movimento autonomista bellunese Bard, dopo la bocciatura, nell’aula di Montecitorio, di una norma che attribuiva una forma speciale di autonomia istituzionale alle province a statuto ordinario interamente montane, cioè in particolare a Belluno e a Sondrio.

La previsione era contenuta in un emendamento proposto come primo firmatario dall’ex presidente trentino e oggi deputato Lorenzo Dellai (Per l’Italia – Democrazia solidale), affiancato dal collega di gruppo Gian Luigi Gigli e da Simonetta Rubinato (minoranza Pd), nell’ambito della discussione del disegno di legge costituzionale sul superamento del bicameralismo paritario e la revisione del titolo V (autonomie locali).

«Nel corso della discussione relativa all’art. 30, che si riferisce

alla modifica da apportare all’art 117 della Costituzione,

è stata presentata una proposta di emendamento che recitava:

 “Possono essere altresì attribuite con legge costituzionale

ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia

ai territori di area vasta interamente montani confinanti con Stati stranieri”.

Il riferimento evidente è alla provincia di Belluno, infatti, il deputato Gigli, eletto in Friuli, ha affermato, nel corso del suo intervento ha commentato: “Abbiamo presentato questo emendamento sulla montagna con riferimento a una particolare montagna, la montagna del bellunese. Quest’aula nei mesi scorsi si è più volte occupata dei problemi della montagna garantendo ogni volta particolari forme di tutela e sostegno anche nell’interesse più generale del Paese. Oggi noi siamo qui a ricordare che è certamente ancor più difficile amministrare le zone di montagna quando hanno accanto due regioni a statuto speciale ed hanno un confine con un altro Stato. È per questo che vorremmo fosse accolto da tutti, se non è stato possibile accogliere gli emendamenti a favore della regione Veneto, almeno il principio del riconoscimento della possibilità di sviluppare forme di autonomia particolare per le zone di area vasta interamente ricomprese da montagne che siano confinanti con regioni a statuto speciale e con Paesi esteri”», conclude il Bard.

Il Bard è andato anche a verificare come si sono espressi i vari gruppi e i singoli parlamentari, così da poter richiamare ognuno alle sue responsabilità: «Hanno votato sì in 102, no in 313. Hanno votato si 64 deputati del Movimento 5 stelle, 16 della Lega Nord, 5 di Forza Italia, 7 del Pd e 3 del gruppo Per l’Italia.
Tra i Deputati eletti in Veneto hanno votato si cinque della Lega Nord, otto del Movimento cinque stelle (due gli assenti), due del Pd (13 contrari, sei assenti e uno in missione), nessuno di Fi (due contrari, quattro assenti e uno in missione), tre di Scelta civica (uno in missione), nessuno di Sel (due contrari)».

Lorenzo Dellai, nei giorni scorsi, aveva a sua volta espresso un giudizio particolarmente critico sulla decisione del governo di non accogliere la riforma proposta: «Da convinti autonomisti e sostenitori delle zone montane – aveva detto – esprimiamo rammarico per il fatto che la maggioranza, di cui pure facciamo parte, non abbia saputo cogliere l’opportunità di permettere ai territori di area vasta interamente montani, come Belluno o Sondrio, di avere strumenti di autogoverno simili a quelli trentini e friulani».

Lo stesso ex presidente trentino, peraltro, ha anticipato che nelle prossime settimane tornerannoi all’ordine del giorno proposte ementative di simile tenore, per riprovare a sensibilizzare il Parlamento sulla necessità di dotare di strumenti di autogovenor anche le aree alpine che oggi ne sono sprovviste perché non godono di uno statuto speciale.

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Blitz contro il boom di centraliBlitz contro il boom di centrali



Nel Feltrino un blitz dimostrativo dei «#FreeRivers» nel quale, come si legge in una nota, è stato «liberato» il torrente Stien, nella valle di San Martino, all’interno del Parco nazionale delle dolomiti bellunesi. Gli autori dell’incursione, in sostanza, hanno chiuso un’opera di presa di Enel Greeen Power, con il risultato – documentato dalle fotografie – che nell’alveo del torrente è tornata temporaneamente a scorrere l’acqua.

Si aggiunge così un nuovo tassello alla mobilitazione nel Bellunese contro nuovi progetti di centrali idroelettriche che cementificano i corsi d’acqua e sulle quali ora si chiede una moratoria totale rilevando fra l’altro che il proliferare di “piccoli” impianti ha un ritorno irrisorio dal punto di vista della produzione (si suggerisce, invece, di ammordernare le grandi centrali storiche).

L’azione sullo Stien si inserisce in un contesto che attorno al tema della tutela dei corsi d’acqua si sta facendo ad alta tensione, dopo anni di mobilitazioni popolari che hanno ottenuto qualche successo ma anche molte sconfitte, con la Regione Veneto sempre incline a rilasciare le autorizzazioni per lo sfruttamento idroelettrico (il business sta nei generosi incentivi statali che paghiamo tutti nella bolletta).

Ma in provincia di Belluno ormai, fa notare

il Comitato acqua bene comune, oltre il 90%

dei corsi d’acqua è interessato da interventi

di cementificazione a scopo idroelettrico.

Così come la valle del Mis, anche la bucolica valle di San Martino, nel mirino per un nuovo progetto di centrale, è diventata un simbolo della lotta contro quello che viene considerato un mero fenomeno speculativo, messo in atto da aziende private (in genere da fuori provincia), con un ritorno finanziario irrilevante per gli enti locali.

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Se l’Enel precisa che il suo impianto non ha subito danni, gli autori del blitz, un po’ alla stregua degli Anonimous del Web ma questa volta nella vita reale, hanno lasciato sul posto uno striscione hanno diffuso una nota di rivendicazione in cui fanno una serie di riflessioni sul rapporto fra patrimonio naturale, comunità locali della montagna e speculazione economica: «Un fiume – scrivono – lo si può intubare, lo si può deviare ma se si prova a sbarrarlo completamente tracima. Per quanto si provi a controllarlo, a costringerlo a reprimerlo, non si riuscirà mai a fermarlo completamente.
Continuerà a spingere, a spingere, a spingere, un fiume sa che deve spingere per arrivare al mare.

Come i fiumi, anche i movimenti sanno che devono spingere per vincere, per arrivare al mare.
Non bastano le “ragioni” della protesta. Se bastassero le “ragioni” non si prenderebbe nemmeno in considerazione l’ipotesi di costruire il tav in Val di Susa o di costruire altre centrali idroelettriche nel bellunese.

Il movimento bellunese per l’acqua bene comune ha prodotto tutto il necessario per dimostrare il furto legalizzato che sta alla base del business dell’idroelettrico nel bellunese. Ha dimostrato come questi oltre 130 nuovi impianti, che si vorrebbero realizzare nell’ultimo 10% di acqua rimasta libera di scorrere nel proprio alveo (il restante 90% è già artificilizzato), non hanno altro motivo di esistere se non quello di ingrassare i conti correnti di chi vorrebbe costruirle.

Il movimento ha dimostrato tutto questo con convegni, libri, incontri pubblici, studi e ricorsi, supportando queste “ragioni” con decine e decine di iniziative che hanno coinvolto complessivamente migliaia di cittadini bellunesi.

Eppure la Regione Veneto di Luca Zaia continua ad autorizzare nuovi impanti.

Evidentemente bisogna, come i fiumi, continuare a spingere perché i beni comuni si difendono e si conquistano a spinta.

Per questo, oggi, alla repressione di Stato fatta di tribunali, giudici, galere, che sta colpendo chi lotta contro la devastazione ambientale e per i diritti sociali in questo paese, rispondiamo con un’iniziativa simbolica che parla di libertà.

È anche per tutti e tutte loro che oggi abbiamo deciso di liberare queste acque, chiudendo un’opera di presa dell’Enel sul torrente Stien, in valle di San Martino, all’interno del Parco nazionale delle dolomiti bellunesi».

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