Il confine orientale: dalla violenza fascista alle foibe

Il 13 e il 20 febbraio scorsi Voci dalle Dolomiti ha proposto a Radio Cooperativa la registrazione dell’incontro dibattito svoltosi a Mel (Belluno) sul tema “Il confine orientale: dalla violenza fascista alle foibe”.

L’incontro, come spiegano gli organizzatori (la sezione La Spasema dell’Associazione nazionale partigiani) ha voluto tenere insieme la Giornata della memoria e il Giorno del ricordo, ascoltando lo studioso friulano Dario Mattiussi del Centro Isontino di ricerche storiche.

In questa pagina è disponibile la prima parte della registrazione, qui invece si può ascoltare la seconda, andata in onda la settimana successiva.

Ecco come i promotori hanno presentato l’iniziativa nella pagina Fb della sezione Anpi La Spasema.
«Quest’anno la nostra sezione ANPI “la Spasema” ha scelto di riunire in un unico incontro-dibattito la “Giornata della Memoria” con “la Giornata del Ricordo”.

Ne discuteremo col relatore Dario Mattiussi segretario del Centro Isontino di ricerche storiche “L. Gasparini” il quale ha presentato le nostre prime due mostre sulle problematiche del confine orientale, ovvero le violenze del fascismo italiano sugli slavi, sia con la deportazione di intere famiglie, bambini compresi i quali ci hanno lasciato le loro testimonianze nei temi e nei disegni della nostra prima mostra intitolata “Quando morì mio padre”; sia con violenze di tutti i tipi nei territori jugoslavi occupati, con la seconda mostra “Testa per dente”.

Discuteremo sul fatto che le due giornate siano antitetiche o se siano strettamente collegate. Sono nate in modo antitetico, quasi a voler spiegare la cosiddetta logica degli “opposti estremismi”, ma mentre la “Giornata della Memoria” è storicamente indiscutibile, la “Giornata del Ricordo” ha lacune e imperfezioni dovute spesso più a una logica di propaganda e di inesattezze quando non proprio di invenzioni.

C’è, a nostro avviso, un filo nero che collega i campi di concentramento nazisti con le foibe, ed è il filo nero del fascismo italiano, il quale ha avallato i treni carichi di ebrei e non solo diretti in Germania, ma ha anche costituito molti campi di internamento sia in Italia che in Istria (il più famoso Arbe-Rab) i quali, se non prevedevano la “soluzione finale” come quelli nazisti, erano comunque in condizioni penose tanto che moltissime persone vi morirono.

Da ciò, ma soprattutto dalle violenze che per più di vent’anni i fascisti italiani hanno perpetrato nei confronti della popolazione slava (incendio Narodni Doma Trieste il 13 luglio 1920; l’italianizzazione forzata di lingua e nomi; la proibizione della lingua slava; l’interdizione agli slavi dei pubblici uffici; l’occupazione di loro case e terreni con relativa cacciata; l’occupazione del 6 aprile ’41 senza dichiarazione di guerra (!) con relative fucilazioni sommarie; incendi di case e paesi; stupri, massacri, deportazioni…) ha avuto come logica conseguenza l’odio e il disprezzo degli jugoslavi nei confronti dei fascisti. Di qui le foibe anche se non giustificabili. Ma con numeri molto diversi da quelli propagandati; con due momenti totalmente diversi (dopo l’8 settembre ’43; dopo maggio ’45); col fatto che gli infoibati erano già cadaveri e venivano lì gettati per evitare epidemie; col fatto che pure nazisti e fascisti gettarono slavi nelle foibe.

L’ovvia conclusione è che la responsabilità della tragica vicenda delle foibe non può che ricadere sul fascismo e sulle sue dissennate e razziste politiche nel cosiddetto “confine orientale”. Si pensi che solo nel ’21 “Il popolo di Trieste” definiva gli slavi “degli insetti”; che Mussolini li chiamava “barbari” e ne avrebbe sterminato più di 500.000; che il generale Roatta nel ’42 si lamentava che “qui si ammazza troppo poco!” (in Jugoslavia).

Con queste premesse le conseguenze non potevano che essere tragiche. Ecco perché non ha senso, come invece purtroppo fanno molti (relatori, fiction TV e anche politici di diversi schieramenti…) parlare di foibe senza nemmeno accennare al fascismo italiano, suo principale responsabile».

Share