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Cultura : Melchiorre, "Quell'ictus collettivo della provincia sul punto del leghismo"
Inviato da bellunopop il 21/7/2010 11:39:54 (63 letture)

Michela Fregona

"Abitare un luogo non è soltanto mettercisi dentro, ma tramandarsi qualcosa: un modo di stare al mondo. E questa è la base di tutte le domande che è possibile farsi su questa provincia: il senso dell'abitare. Dell'abitarla".
Una laurea, un dottorato di ricerca che volge ormai al termine, un libro che ha portato il paese di Tomo e la scomparsa del suo Alberïn in tutte librerie d'Italia, la Storia come irrinunciabile punto di riferimento singolo e collettivo: così Matteo Melchiorre.

Che continua: "Bisogna tenere conto delle innegabili condizioni date, che non sono quelle di una provincia centrale: questa non è la pianura padana o lo stato del Montana. E questo significa che ci sono, da una parte e dall'altra rispetto al fondovalle, le montagne: il nostro non è un territorio morfologicamente adatto all'abuso del cemento, non ci sono margini di estensione infiniti".

A che stato siamo, allora, del nostro sistema culturale?

"Mi verrebbe da dire imbarbarimento, ma questo presuppone condizioni pregresse di non imbarbarimento. In realtà questo non è mai stato un territorio centrale: ci sono state innumerevoli glorie, ma che in genere hanno alzato le ancore, se non per sempre, almeno per lunghi periodi. Quello che voglio dire è che manca un sostrato storico per sostenere un mondo culturale più ampio, più intersoggettivo. Quando prendo il treno, incontro almeno tre insegnanti universitari che vanno a Venezia e due a Padova. Non mancano i cervelli. Ma non c'è relazione".

Quale è, allora, il compito più urgente del mondo culturale?

"Creare una sensibilità nei confronti del paesaggio. Una cosa che non puï essere affidata e relegata in un volantino, o in un sit-in, o in un picnic ambientalista. Una volta, seguendo le vicende della costruzione di una superstrada in una (fino ad allora) ignota località della provincia, ho sentito un sindaco locale dire: "Vedo ancora molta terra". Il che offre una doppia lettura: di istinto predatorio, da una parte. E di constatazione realistica, dall'altra. In effetti il fondovalle è negli stati che è, e l'istinto peggiorativo è fisso. Perï ci sono ancora boschi, prati, terra. Ecco, credo che la sensibilità di abitare in modo diverso questi luoghi sia una priorità da creare. Fermo restando che la cosa migliore che possa capitare a una persona, ed è un diritto sacrosanto, è quella di prendere e levare le ancore per vedere altro. Ci vuole coraggio a vivere tutta la vita in un posto solo: ma noi abbiamo le gambe, non le radici come dicono i leghisti".

Un vizio diffuso?

"La frantumazione di denuncia in settori sempre più piccoli: si rischia di rendere tutto staccato, mentre in realtà noi siamo tanti isolotti dentro la stessa acqua. Non voglio dire che la provincia di Belluno è un buco nero, anche perchè sta dentro a uno stato che è un buco nero. All'estero sono disposti a pagare fior di soldi per qualcuno che insegni Storia della Repubblica di Venezia, e qui l'Università è al tracollo. Chi ha fatto il possibile per avere una preparazione decente non puï farsene nulla. Ma chi è che ci governa? Gli stessi che si beano della Repubblica di Venezia. Mi tocca dirlo: in precedenti condizioni sociopolitiche, gli intellettuali erano pasciutissimi. Ma c'è una ragione: nel Quattrocento veneziano c'era spazio anche per gli intellettuali perchè il ceto dirigente aveva buongusto nell'erogare il surplus di cui disponeva. Mentre adesso dove va il surplus? A Sharm el Sheik, nei televisori al plasma, e, se possibile, in qualche speculazione edilizia. L'altro giorno, a Tomo, mi sono spinto in una zona che non conoscevo: un querceto, con sette o otto roveri. Ecco: arrivare là e avvertire una forma di appagamento, di benessere, è stato tutt'uno. È chiaro che il bello fa bene. Ma se tu abitui al brutto, non possono nascere che brutture: dall'Altanon in poi".

La provincia è in cortocircuito?

"Beh, io rifletto su quello che vedo. E una delle cose che mi fanno pensare è questo raid sulle pietre, sulle casere di sasso, perfino su una chiesetta rupestre del Cinquecento. W lega, hanno scritto con lo spray verde. Ma come: questi che dovrebbero essere quelli che tifano le casere, la montagna, il butiro, ci passano sopra con lo spary. Io vedo un ictus collettivo della provincia sul punto del leghismo: si fanno cose sovrapposte, si dicono cose che poi non si dicono. Sarà un male del tempo".

È possibile dare una definizione di questa provincia?

"È una provincia ancipite. Questione di storia. Basta leggere un po' di documenti: ce ne sono in abbondanza. Le città, una volta, erano quelle dove c'era il Vescovo: qui, il Vescovo se lo sono conteso sempre. Nel 1460 Belluno e Feltre vengono unificate; poi divise, poi riunificate, poi divise ancora. Forse, meglio di tutti parla Marin Sanudo. Quando è venuto a fare un giro nella terraferma veneta, nel 1488 ha visto Feltre, l'ha descritta, poi si è spinto fino a Belluno, che allora era chiamata Cividal. E scrive "et è una via per concluder molto cativa da Feltre a Cividal, et molto petrosa, unde si suol dir chi vuol un cavallo provar vadi da Feltre a Cividal". C'era già tutto".

***
IL LIBRO

Un librino, era, appena uscito: dopo due anni di gestazione, di limature continue. Aprile 2004, copertina viola e bianca, edizioni Spartaco. Piccolo, quasi quadrato, tascabile di quelli che stanno veramente dentro la tasca di una giacchetta.
Eppure, "Requiem per un albero" ha saputo crescere. Anzi: camminare, come lo stesso Matteo Melchiorre appunta, nel capitolo inedito aggiunto alla seconda edizione. Datata 2007, a seguito di due ristampe e un successo di quelli virali: uno ne parla con un altro, che ne parla con un altro ancora.
E così la storia del vecchio Alberïn di Tomo - la cui età diventa subito favola man mano che passa di bocca in bocca, perchè "Fin che era in piedi, l'Alberïn era un obelisco della continuità, senza importanza il suo tempo, decisivo il suo esserci. Ma, crollando, ha dimostrato di appartenere anche lui alle cose mortali, con una sua durata precisa, da sapere" - riesce a scavalcare il Piave per camminare, appunto, tra i paesaggi (urbani e non) di mezza Italia. Ne parlano i giornali. Ne parlano gli scrittori. Ne parlano gli intellettuali.
"Requiem per un albero - Resoconto dal Nord Est" diventa un caso. Premiato anche dal Gambrinus-Mazzotti per il settore ecologia, nel 2005.
La storia del vecchio olmo di Tomo diventa, insomma, quello che è: una parabola. Una storia piccola che racconta una verità grande. Una verità, bisogna essere onesti, non proprio rosea: la scomparsa del paesaggio, che è anche memoria del paesaggio.
Perché l'Alberïn era, con le parole di Matteo Melchiorre, "L'ultimo luogo pubblico di relazione profana (...) Dentro si elabora memoria". E, ancora, "L'olmo di Tomo (...) fungeva da riferimento nello spazio e nel tempo a cui quelli di qui appiccavano memoria. Non era perï una memoria di concetti, di eventi cruciali o di strutture. Tra i rami dell'Alberïn c'erano ricordi di fatti, il più delle volte individuali. Alle fronde erano impigliati trucioli di vita".
Sulle tracce della storia dell'Alberïn, Matteo Melchiorre ha costruito nuovi motivi di riflessione e di scrittura.
Da un anno, su stimolo dell'associazione Geograficamente, sta lavorando ad un docufilm: una parte documentaristica e una di fiction, ambientata a Tomo. Il gruppo messo insieme per questa avventura, totalmente autoprodotta, comprende urbanisti, geografi, storici dell'arte. Con il desiderio di chiudere il progetto entro agosto, per presentarlo all'aperto, proprio lì dove sorgeva l'Alberïn di Tomo.



***

L'AUTORE


Matteo Melchiorre, 28 anni, si è laureato nel 2003 in Storia all'Università Ca' Foscari di Venezia, con una tesi dal titolo "Gli ebrei a Feltre nel Quattrocento. Una storia rimossa". Nel medesimo ateneo ha conseguito la laurea specialistica in Storia medievale, discutendo una tesi dal titolo "Conti in Cattedrale. Storia economica della Sacrestia del Duomo di Padova nella prima metà del Quattrocento". Dal 2006 è dottorando in Storia sociale europea dal Medioevo all'età contemporanea, al Dipartimento di Studi Storici dell'Università di Venezia. Sta lavorando al progetto di ricerca "Tra palazzi e cattedrale. Il Capitolo di Padoa sotto la dominazione veneziana (XV secolo)".
Si interessa di storia economica e sociale del tardo Medioevo.

Michela Fregona

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