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Idroelettrico, il paradiso incentivi



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Da tempo in provincia di Belluno è in corso una diffusa  lotta popolare per contrastare la crescente cementificazione dei corsi d’acqua.

Il movimento per l’acqua chiede una moratoria sulle quasi 200 domande per nuove centraline alle quali le autorità regionali – come sempre – sarebbero pronte a dare l’Ok allettando con briciole di canone gli enti locali finanziariamente ridotti allo stremo. Una battaglia che ora diventa nazionale, grazie all’appello per la difesa dei fiumi lanciato da Legambiente, Wwf Italia, Mountain Wilderness Italia, Federazione pesca sportiva, Cai, Forum italiano dei movimenti per l’acqua, Comitato bellunese acqua bene comune e sottoscritto via via da una miriade di realtà organizzate.
Emblematica è la vicenda della selvaggia valle del Mis che collega la Valbelluna e l’Agordino. Qui, in località ponte Titele, all’improvviso, l’alveo del torrente Mis è offeso da colate di cemento armato, ciò che rimane (tutto da risanare) del cantiere di una centrale idroelettrica avviato nel marzo 2012, su autorizzazione della Regione Veneto, dalla società bresciana Valsabbia Spa.

Il progetto, approvato dalle autorità regionali malgrado toccasse un’area protetta, è stato bloccato definitivamente da una sentenza della Corte di cassazione. Un risultato frutto della vasta mobilitazione popolare che oggi prosegue, a suon di marce e ricorsi legali, per difendere quel dieci per cento di acque bellunesi non ancora oggetto di sfruttamento idroelettrico.

Nel caso specifico, peraltro, ancora nessuno si è occupato del ripristino ambientale: né l’impresa né gli enti pubblici. L’alveo del Mis resta pesantemente cementificato il comitato bellunese acqua bene comune chiedono con insistenza che si intervenga ma la beffa è che il mese scorso a subire una condanna da un Tribunale, unico soggetto colpito dalla «giustizia» a fronte dell’apertura di un’opera stoppata dalla Cassazione, è stato un atttivista del movimento, perché nel corso di una manifestazione per il ripristino ambientale (nel novembre 2013) entrò nell’ex cantiere malgrado il questore avesse vietato l’accesso.

Oltretutto, ora, nella stessa zona incombe un altro progetto, contestato anche dal Comune (siamo nel territorio di Gosaldo) ma che potrebbe trovare il via libera in Regione Veneto.
Ormai da anni nel Bellunese è tutto un rincorrere progetti per sfruttare i tratti residui dei corsi d’acqua non ancora interessati (il 90% dei torrenti è già sfruttato per l’idroelettrico).

Le richieste di derivazioni fioccano, spesso firmate da società venute da fuori, per godere negli anni del reddito garantito dagli incentivi statali oppure con intenti doppiamente speculativi (ottenere la concessioni e poi cedere il redditizio impianto al miglior offerente). L’idroelettrico è assimilato dalla legislazione alle energie rinnovabili, malgrado il suo pesante impatto ambientale e sociale. Perciò, viene sostenuto tramite un generoso sistema di incentivi pubblici finanziati mediante il prelievo nelle bollette degli italiani.

Ma equiparare una colata di cemento nell’alveo di un torrente a dei pannelli solari sul tetto di un edificio appare francamente grottesco.

Si rileva, fra l’altro, che questro proliferare di impianti idroelettrici, a fronte di un pesante impatto ambientale complessivo con danni sia all’exosistema fluviale sia all’economia locale, ha uno peso assolutamente marginale nella produzione energetica nazionale: si potrebbe ottenere molto di più rendendo più efficienti le grandi centrali storiche.

A Belluno si denuncia una forma di colonizzazione della montagna, che depauperando fiumi e torrenti viola la natura e danneggia anche il turismo (un altro fronte polemico è il rifornimento irriguo alle colture della pianura veneta).

Così la difesa dell’acqua diventa anche un emblema della battaglia trasversale per l’autonomia amministrativa di una provincia dolomitica che rifiuta il ruolo di terra di conquista e chiede strumenti politici per favorire la vita in ambito montano. E siamo nelle vallate travolte dall’orrore del Vajont: duemila vittime del rapace business idroelettrico, cinquant’anni fa, il 9 ottobre 1963.

Di seguito un comunicato stampa diffuso qualche giorno fa dal Comitato bellunese acqua bene comune e da Peraltrestrade Dolomiti.

La nota riguarda un altro caso discusso, questa volta nell’area orientale del Bellunese, ma contiene alcuni dati interessanti su dimensioni e caratteristiche dell’intero capitolo idroelettrico sulle Alpi.

«Il 22 gennaio – si legge nel documento – ha avuto luogo a Lozzo di Cadore il sopralluogo per un nuovo impianto idroelettrico sul Rio Rin, committente la società Lumiei Impianti srl di Sauris (Udine la stessa che ha già costruito un impianto sul torrente Piova in territorio di Vigo.
Il tratto che si vuole derivare si trova immediatamente a monte dell’attuale impianto Baldovin e avrà una lunghezza di quasi tre chilometri.

Preleverà una portata massima di 220 litri/secondo lasciando in alveo un deflusso minimo vitale da 20 a 28 l/s.

L’investimento sarà di 1.400.000 euro per un ricavo annuo stimato di 438.000 euro, a fronte di circa 19.000 euro di canoni e sovracanoni idrici da versare alla Provincia (10.000), al Bim (7.000) e al Comune di Lozzo (meno di 2.000 euro).

Due terzi del ricavo proverranno dagli incentivi governativi – garantiti e a fondo perduto – pagati dal contribuente italiano (in particolare normali cittadini, artigiani e piccole imprese) con la bolletta della luce. All’incontro erano presenti rappresentanti della ditta proponente, di Arpav, della Regione, del Genio civile, del Comune e del comitato Acqua bene comune Belluno.
Invitata ma non presente – non lo è praticamente mai – la Soprintendenza ai Beni Ambientali. Assenti i cittadini di Lozzo.

Tutto si è svolto come da prassi consolidata: incontro in municipio, illustrazione del progetto, sopralluogo sui posti della presa e del rilascio nella bella Valle dei Mulini; poi di nuovo in municipio per le osservazioni e la redazione del verbale. Se questo impianto verrà realizzato andrà ad aggiungersi a tutti quelli già costruiti in Provincia di Belluno e a 150 nuovi impianti mini-idro attualmente autorizzati o in istruttoria, a meno che non venga colta la richiesta di moratoria avanzata attraverso un Appello nazionale per la salvaguardia dei corsi d’acqua dall’eccesso di sfruttamento idroelettrico dalle maggiori associazioni nazionali, regionali e locali che si occupano di fiumi e di ambiente, Cai centrale incluso.

In assenza di una moratoria, una volta chiuso questo ciclo, per ammirare un torrente naturale che scende spumeggiante tra muschi e salti di roccia si dovrà sfogliare una rivista patinata o ripescare qualche vecchio filmato pubblicitario sulle Dolomiti, perché sul territorio non ce ne saranno praticamente più.
Bisogna agire ora, se non si vuole rischiare di rendersi conto troppo tardi di quanto il nostro territorio sia stato impoverito, in cambio di nulla o di poche briciole, a fronte di un contributo energetico riconosciuto e documentato come scarsamente significativo. Nessuno può tirarsi fuori, a cominciare da chi ci amministra, a tutti i livelli. Nessuno può affermare che non ha visto, o che non sa».

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